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IMMIGRAZIONE

STUDIO DI SETTORE

(parte 1)

P.O.R. Ob.3 FSE 2000/2006

Asse B Misura B1

Codice progetto 11680

INTRODUZIONE

 

L'Immigrazione in Italia, la normativa

Il governo Italiano sta provando ad intraprendere una politica volta alla prevenzione dell’immigrazione illegale, dell'invecchiamento della popolazione europea e per soddisfare la richiesta di lavoratori che il mercato impone. L'immigrazione regolarizzata è prerogativa delle seguenti tipologie di extracomunitari:

1. lavoratori stranieri;

2. rifugiati e cercatori di asilo;

3. parenti dei primi immigrati, con permesso concesso sulle basi calcolate dalle misure per il ricongiungimento familiare;

Ogni tipologia ha le proprie caratteristiche e deve essere trattata di conseguenza (la seconda e la terza, ad esempio, vengono controllate sulla base di accordi internazionali; al contrario, la prima è sotto la competenza della normativa italiana).

L’attuale normativa relativa alle politiche d’immigrazione in Italia è per la maggior parte frutto della combinazione di due provvedimenti: il Testo Unico n. 286 del 25 luglio 1998, essenzialmente basato sulla legge n. 40 del 6 marzo 1998 (cosiddetta “Turco-Napolitano”, dal nome dei Ministri degli Affari sociali e dell’Interno), e la n. 189 del 30 luglio 2002 (cosiddetta “Bossi-Fini”, dal nome del Ministro per la Devolution e del vicepremier dell’allora Governo di centro-destra, leader rispettivamente della Lega Nord e di Alleanza Nazionale), e nelle loro ulteriori modificazioni. Il rispetto dei diritti fondamentali e la garanzia della salute dell’individuo sono i motivi di ispirazione principale di questa legge che ha tre campi d’azione: il flusso degli immigrati, la promozione dell’integrazione e la lotta contro la clandestinità.

Secondo la legge Turco-Napolitano, il governo stabilisce ogni tre anni dopo alcune discussioni con i rappresentanti delle Regioni, le Province, i Comuni, le unioni commerciali e le associazioni che operano nel campo dell'integrazione degli immigrati, la linea del flusso immigratorio sulla base di provvedimenti della legge menzionata. L'introduzione del sistema “percentuale di entrata” per normalizzare il flusso dell'immigrazione, è una novità della legge “Turco-Napolitano”. La percentuale è stabilita sulla base del mercato del lavoro, le necessità e gli accordi bilaterali firmati coi paesi “soci”.

L’Italia, con ogni paese di provenienza, sottoscrive un accordo che comporta una cooperazione continua con lo stesso, che si può applicare in modalità diverse, quali: assistenza diretta, programmi di sviluppo e progetti, percentuale più alta di permessi. Il governo italiano calcola ogni anno il numero massimo dei lavoratori extracomunitari a cui dare il permesso di soggiorno.

Il calcolo dipende dal mercato del lavoro e dalle effettive esigenze, e la quantità calcolata è pubblicata in una delibera che mostra le reali esigenze lavorative del Paese. Per l’Italia questa è una politica selettiva ma aperta e non un reperimento indiscriminato della forza lavorativa straniera. La politica della “quota” è uno strumento di pianificazione, non propriamente uno strumento umanitario come la politica di asilo, la protezione provvisoria o la misura di ricongiunzione familiare.

Favorire l'immigrazione è un’ottima politica nel contesto economico e sociale di aree agiate e popolate in gran parte da anziani. L’economia italiana ha bisogno di lavoratori stranieri soprattutto nel settore dell’edilizia, dei servizi socio assistenziali (anziani, disabili, ecc.), dell’artigianato, dell’industria meccanica e dell’agricoltura. Spesso immigrati possono trovare lavoro in tutti i settori rifiutati dalla popolazione residente (compiti servili, lavori non qualificati e lavori stagionali) anche se a volte c'è anche una richiesta di figure professionali e più qualificate nel campo dell’alta tecnologia. Una costante positiva, secondo i dati della Camera di Commercio, è quella che riguarda gli immigrati che aprono una piccola attività: qualcuno è divenuto anche sindacalista.

La legge “Bossi-Fini” (2002) non è molto dissimile dalla legge Turco-Napolitano (1998) ma presenta alcune differenze per quanto riguarda la considerazione della diversità culturale. Le politiche per l’integrazione devono accordare ad ogni straniero le stesse minime condizioni per avere accesso a beni e servizi e le stesse condizioni di vita rispettabili. La legge concede agevolazioni per gli immigrati e promuove la loro aggregazione concedendo contributi per la costituzione delle associazioni.

Questi provvedimenti hanno però un punto debole: le politiche per l’integrazione dovrebbero essere dirette anche alla popolazione residente e non solo agli stranieri. Informazione, accoglienza e assistenza devono essere promosse dalle istituzioni pubbliche in accordo con le organizzazioni di volontariato. Solo così sarebbe possibile costruire un contesto sociale sano e produttivo, in cui i cittadini possano essere convinti che l'immigrazione è una risorsa e non una calamità.

L'integrazione non solo è una questione di flusso, di numeri, di titoli professionali, ma anche di famiglia, di possibilità di far crescere figli, di salute e di diritto all’istruzione.

Gli immigrati regolarizzati hanno gli stessi diritti degli italiani riguardo all’assistenza sociale (sono comunque considerate indipendentemente dalla loro nazionalità persone economicamente e socialmente svantaggiate; ad esempio l'assegno di maternità è accordato anche alle donne straniere che possiedono il “permesso di soggiorno”).

Anche la politica sulla questione abitativa ha un importante ruolo nell’ambito dell’integrazione: la legge distingue tra prime case di aiuto per affrontare specifiche necessità degli stranieri e case sociali per tutti, per stranieri e cittadini svantaggiati. Il decadimento urbano che caratterizza i quartieri dove vivono gli immigrati spesso è preesistente rispetto all'arrivo degli stranieri stessi. Il governo risolve questo problema attraverso un programma urbano innovativo che punta all’aumento delle infrastrutture, all'assunzione di lavoratori e l'integrazione sociale in quelle aree.

Il lavoro è la premessa per ogni processo di integrazione attraverso il quale uno straniero può liberarsi dalla sua condizione di dipendenza. Il lavoro dà non solo reddito e quindi autonomia, ma anche senso di appartenenza.

Il Dipartimento per gli affari Sociali e il Ministero della Pubblica Istruzione hanno posto l’attenzione sul problema dell'insegnamento della lingua italiana per adulti con la convinzione che in questo modo ognuno è più libero e consapevole dei diritti e dei doveri. Quindi si iniziò, con RAI Educazionale, un progetto chiamato “Io parlo Italiano” attraverso il quale la lingua italiana veniva insegnata a tutti. Le strutture usate erano le scuole serali (in questo modo veniva soddisfatta la necessità degli adulti che lavoravano durante il giorno).

Per problema della partecipazione sono stati istituiti Consigli Territoriali per l'Immigrazione in ogni Provincia ed anche a livello nazionale. Sono stati costituiti consultori nazionali per prendere parte al processo di legislazione. 

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