INTRODUZIONE
L'Immigrazione in Italia, la normativa
Il governo Italiano sta provando ad intraprendere una politica
volta alla prevenzione dell’immigrazione illegale,
dell'invecchiamento della popolazione europea e per soddisfare
la richiesta di lavoratori che il mercato impone. L'immigrazione
regolarizzata è prerogativa delle seguenti tipologie di
extracomunitari:
1. lavoratori stranieri;
2. rifugiati e cercatori di asilo;
3.
parenti dei primi immigrati, con permesso
concesso sulle basi calcolate dalle misure per il
ricongiungimento familiare;
Ogni tipologia ha le proprie caratteristiche e deve essere
trattata di conseguenza (la seconda e la terza, ad esempio,
vengono controllate sulla base di accordi internazionali; al
contrario, la prima è sotto la competenza della normativa
italiana).
L’attuale normativa relativa alle politiche d’immigrazione in
Italia è per la maggior parte frutto della combinazione di due
provvedimenti: il Testo Unico n. 286 del 25 luglio 1998,
essenzialmente basato sulla legge n. 40 del 6 marzo 1998 (cosiddetta
“Turco-Napolitano”, dal nome dei Ministri degli Affari sociali e
dell’Interno), e la n. 189 del 30 luglio 2002 (cosiddetta “Bossi-Fini”,
dal nome del Ministro per
la Devolution e del vicepremier dell’allora
Governo di centro-destra, leader rispettivamente della Lega Nord
e di Alleanza Nazionale), e nelle loro ulteriori modificazioni.
Il rispetto dei diritti fondamentali e la garanzia della salute
dell’individuo sono i motivi di ispirazione principale di questa
legge che ha tre campi d’azione: il flusso degli immigrati, la
promozione dell’integrazione e la lotta contro la clandestinità.
Secondo la legge Turco-Napolitano, il governo stabilisce ogni
tre anni dopo alcune discussioni con i rappresentanti delle
Regioni, le Province, i Comuni, le unioni commerciali e le
associazioni che operano nel campo dell'integrazione degli
immigrati, la linea del flusso immigratorio sulla base di
provvedimenti della legge menzionata. L'introduzione del sistema
“percentuale di entrata” per normalizzare il flusso
dell'immigrazione, è una novità della legge “Turco-Napolitano”.
La percentuale è stabilita sulla base del mercato del lavoro, le
necessità e gli accordi bilaterali firmati coi paesi “soci”.
L’Italia, con ogni paese di provenienza, sottoscrive un accordo
che comporta una cooperazione continua con lo stesso, che si può
applicare in modalità diverse, quali: assistenza diretta,
programmi di sviluppo e progetti, percentuale più alta di
permessi. Il governo italiano calcola ogni anno il numero
massimo dei lavoratori extracomunitari a cui dare il permesso di
soggiorno.
Il calcolo dipende dal mercato del lavoro e dalle effettive
esigenze, e la quantità calcolata è pubblicata in una delibera
che mostra le reali esigenze lavorative del Paese. Per l’Italia
questa è una politica selettiva ma aperta e non un reperimento
indiscriminato della forza lavorativa straniera. La politica
della “quota” è uno strumento di pianificazione, non
propriamente uno strumento umanitario come la politica di asilo,
la protezione provvisoria o la misura di ricongiunzione
familiare.
Favorire l'immigrazione è un’ottima politica nel contesto
economico e sociale di aree agiate e popolate in gran parte da
anziani. L’economia italiana ha bisogno di lavoratori stranieri
soprattutto nel settore dell’edilizia, dei servizi socio
assistenziali (anziani, disabili, ecc.), dell’artigianato,
dell’industria meccanica e dell’agricoltura. Spesso immigrati
possono trovare lavoro in tutti i settori rifiutati dalla
popolazione residente (compiti servili, lavori non qualificati e
lavori stagionali) anche se a volte c'è anche una richiesta di
figure professionali e più qualificate nel campo dell’alta
tecnologia. Una costante positiva, secondo i dati della Camera
di Commercio, è quella che riguarda gli immigrati che aprono una
piccola attività: qualcuno è divenuto anche sindacalista.
La legge “Bossi-Fini” (2002) non è molto dissimile dalla legge
Turco-Napolitano (1998) ma presenta alcune differenze per quanto
riguarda la considerazione della diversità culturale. Le
politiche per l’integrazione devono accordare ad ogni straniero
le stesse minime condizioni per avere accesso a beni e servizi e
le stesse condizioni di vita rispettabili. La legge concede
agevolazioni per gli immigrati e promuove la loro aggregazione
concedendo contributi per la costituzione delle associazioni.
Questi provvedimenti hanno però un punto debole: le politiche
per l’integrazione dovrebbero essere dirette anche alla
popolazione residente e non solo agli stranieri. Informazione,
accoglienza e assistenza devono essere promosse dalle
istituzioni pubbliche in accordo con le organizzazioni di
volontariato. Solo così sarebbe possibile costruire un contesto
sociale sano e produttivo, in cui i cittadini possano essere
convinti che l'immigrazione è una risorsa e non una calamità.
L'integrazione non solo è una questione di flusso, di numeri, di
titoli professionali, ma anche di famiglia, di possibilità di
far crescere figli, di salute e di diritto all’istruzione.
Gli immigrati regolarizzati hanno gli stessi diritti degli
italiani riguardo all’assistenza sociale (sono comunque
considerate indipendentemente dalla loro nazionalità persone
economicamente e socialmente svantaggiate; ad esempio l'assegno
di maternità è accordato anche alle donne straniere che
possiedono il “permesso di soggiorno”).
Anche la politica sulla questione abitativa ha un importante
ruolo nell’ambito dell’integrazione: la legge distingue tra
prime case di aiuto per affrontare specifiche necessità degli
stranieri e case sociali per tutti, per stranieri e cittadini
svantaggiati. Il decadimento urbano che caratterizza i quartieri
dove vivono gli immigrati spesso è preesistente rispetto
all'arrivo degli stranieri stessi. Il governo risolve questo
problema attraverso un programma urbano innovativo che punta
all’aumento delle infrastrutture, all'assunzione di lavoratori e
l'integrazione sociale in quelle aree.
Il lavoro è la premessa per ogni processo di integrazione
attraverso il quale uno straniero può liberarsi dalla sua
condizione di dipendenza. Il lavoro dà non solo reddito e quindi
autonomia, ma anche senso di appartenenza.
Il Dipartimento per gli affari Sociali e il Ministero della
Pubblica Istruzione hanno posto l’attenzione sul problema
dell'insegnamento della lingua italiana per adulti con la
convinzione che in questo modo ognuno è più libero e consapevole
dei diritti e dei doveri. Quindi si iniziò, con RAI Educazionale,
un progetto chiamato “Io parlo Italiano” attraverso il quale la
lingua italiana veniva insegnata a tutti. Le strutture usate
erano le scuole serali (in questo modo veniva soddisfatta la
necessità degli adulti che lavoravano durante il giorno).
Per problema della partecipazione sono stati istituiti Consigli
Territoriali per l'Immigrazione in ogni Provincia ed anche a
livello nazionale. Sono stati costituiti consultori nazionali
per prendere parte al processo di legislazione.
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